Storie di Rebranding #1

Questo è il primo di una serie di post in cui vi racconterò il lungo e travagliato percorso del rebranding di LaughLau. Non solo un nuovo logo e un nuovo sito, ma soprattutto una “LaughLau” più definita, sicura e.. pienamente me stessa! Non vedo l’ora di presentarvi il risultato finale di questo lavoro, anche se – se vi fate furbi – qualche indizio online lo trovate già…😉 ma nel frattempo, prima del “lancio ufficiale” oggi vi racconto di come tutto ciò è cominciato, cosa mi ha guidato in questo percorso e cosa ho capito nella prima fase del rebranding.

A Maggio vi ho raccontato – in un post scritto in un momento di forte “tribolazione” per me, definiamola così –  dei cambiamenti a cui stavo andando incontro e della fase di rebranding che mi accingevo a intraprendere. La strada è stata lunga e tortuosa ma finalmente vedo la luce in fondo al tunnel. Son successe tante cose da allora fino ad oggi e nelle prossime settimane il quadro sarà finalmente completo, sono davvero felice e carica come non mai per questo “nuovo inizio”!

Ma partiamo dal principio. Perchè il rebranding?

Ad Aprile ho cominciato a lavorare full time come grafico in un’agenzia di comunicazione, lavoro che ha preso gran parte del mio tempo e delle mie energie, e che ho affiancato al lavoro fatto fino a quel momento come freelance. La fase di “affiancamento” però non è stata semplice, sia per i tempi a disposizione, notevolmente ridotti, sia perché tutto ciò è avvenuto in contemporanea con una serie di problemi personali e non, crolli psicologici e ansie diffuse. In quel post vi avevo raccontato della gastrite, che io credevo fosse dovuta a un’intolleranza alimentare e invece no, i medici mi hanno riso in faccia: era solo ed esclusivamente lo stress.

Allorché ho capito che era il caso di tagliare qualcosa, per il bene mio e della mia piccola attività che stava pericolosamente risentendo di tutto ciò e non potevo assolutamente permettere che accadesse. Poi è accaduto comunque, purtroppo, per alcuni aspetti, perciò a maggior ragione ho detto basta.

Sapevo che dovevo ridimensionare il lavoro, dargli un’impronta che riconoscessi davvero come mia, limitare i servizi offerti, fare aria – letteralmente – e trovare nuovi stimoli per ripartire e farlo bene, come si deve.

Iniziare è stato semplice, poi però..

Sapevo che per fare un buon rebranding e rimettere a fuoco gli obiettivi miei e del mio piccolo biz avevo bisogno di fare un lavoro che andasse in profondità. Non c’era solo da risistemare un logo che non parlava più di me o cambiare un sito troppo uguale a tanti altri in circolazione, c’era innanzitutto da guardarsi per bene allo specchio e farsi qualche domanda. Leggera eh, tipo “Perchè fai quello che fai?” o “Come il tuo lavoro può migliorare il mondo e la vita delle persone che entrano in contatto con te?”. E non perché si debba essere per forza Madre Teresa per porsi queste domande ma perché – effettivamente – se non ci pensi su per bene la tua attività rimane vuota, senza un’anima e non andrà da nessuna parte. Un po’ quello che sentivo accadere al “LaughLau – Creative Lab.” in quel periodo. Per aiutarmi in questa fase di introspezione ho scelto di affidarmi all’ebook “Tutto fa branding” di Gioia Gottini. Ammetto di essere andata a colpo sicuro, visto che di manuali di questo genere ne esistono parecchi, ma “conoscendo” Gioia e il suo stile – tra newsletter e contenuti online – sapevo che nel suo ebook avrei trovato ciò di cui avevo bisogno, e così è stato.

È un’ottima risorsa per chi avvia una piccola impresa o ha bisogno di rimetterla a lucido come nel mio caso, un percorso guidato per rimettere a fuoco i tuoi obiettivi e definire (e fare pace) con cose come vision, mission, target e ricominciare col piede giusto.

Tra analisi e esercizi ho chiarito quali punti della “vecchia LaughLau” dovevo abbandonare e su quali, invece, puntare.

LaughLau. E basta

Prima di tutto sapevo di dover eliminare la dicitura “Creative Lab.” dal mio nome. Questo infatti era stato spesso causa di incomprensioni e fraintendimenti: c’era chi pensava che avessi un negozio fisico e mi chiedeva appuntamenti per “vedere i prodotti”, chi credeva che avessi un team di lavoro (ma magari!) e addirittura è capitato di trovare sotto casa dei clienti o potenziali tali anche a orari improbabili. Insomma, quello che io pensavo fosse un modo carino per indicare il mio laboratorio creativo e tutto ciò che da esso nasceva si era invece rivelato fuorviante per i clienti e in un certo senso deleterio anche per me

Perciò il primo grande cambiamento è stato proprio questo: “LaughLau” e basta. Avrei fatto capire diversamente chi sono e cosa faccio, senza rischiare di essere fraintesa.

“Piccoli pezzi di felicità illustrata”

Ancor prima di fare gli esercizi proposti da Gioia per individuare slogan e payoff, avevo questa frase che mi risuonava tra la testa e il cuore. La sentivo proprio mia, soprattutto per il modo in cui è nata. In quel “periodo tribolato” di cui parlavo prima ho passato tante ore notturne a sfogare paranoie e pensieri con chiacchierate infinite e togliendo ore di sonno a Ivan (povero Ivan, scusami). In una di quelle chiacchierate siamo arrivati a parlare di “Cosa ti rende felice” e pian piano è venuta fuori lei.

Ciò che mi rende felice è dar libero sfogo alla creatività, disegnare, creare progetti colorati e unici e sapere che, nel mettere in gioco la mia creatività, questa felicità passa da me ai clienti. Clienti che siano felici di ciò che ho realizzato per loro, perché quella stessa felicità la sperimento io per prima, nel lavoro. Clienti che capiscono e apprezzano i miei modi, il mio stile e la mia visione, che si riconoscano in esse. Clienti che trovano in ciò che creo per loro un piccolo pezzo di felicità.

Ho scelto di specificare “illustrata” per definire meglio ciò di cui mi occupo. Nell’ultimo anno ho infatti accettato spesso anche progetti ben distanti dal mio “lavoro ideale”, convinta che fosse il modo giusto per cominciare e farsi notare il più possibile. Il problema però è che così facendo si rischia di cucirsi addosso un’identità che non ci appartiene veramente e che poi è difficile rimuovere, e soprattutto farlo capire all’esterno.

É invece più giusto cominciare subito a mettere dei paletti e delimitare solo ciò che è di nostra competenza, solo così arriveranno i clienti giusti per cui fare lavori soddisfacenti e appaganti, provare per credere.

Dunque quando sono arrivata ai capitoli su slogan e payoff non ho avuto dubbi: era lui, non poteva che essere lui.

 

Quando tutti i punti chiave erano ormai chiari e ogni cosa aveva finalmente trovato il suo posto mancava solo una cosa, la cosa più complessa: dare un volto alla nuova “LaughLau”.

Nella prossima puntata vi parlerò di palette colori, tra la Pinterest mania e le pareti della mia cameretta, vi racconterò di com’è stato semplice ridisegnare il mio logo (risate di sottofondo) e di quanto sia utile e fruttuoso smettere di lavorare, ogni tanto. Lo so che suona strano, ma è proprio così!

Se siete curiosi di scoprire come va a finire questa “Storia di rebranding” vi aspetto al prossimo post!

 

Grazie sempre,

Lau

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