Privacy Policy

Lunedì mi sono svegliata alle 6 meno un quarto.

È da un po’ che punto la sveglia praticamente un’ora e mezza prima del solito, per cominciare subito e guadagnare del tempo prezioso per portarmi avanti col lavoro. C’è da dire che sono una persona che si attiva all’istante una volta sveglia (sì, parlo pure a raffica da subito quindi probabilmente starei antipatica a molti di voi, se siete tra quelli che al mattino non vogliono sentir proferire parola fino alle 10.30). Quindi di base non fatico a lavorare cominciando all’alba. È da un po’ che provo ad anticipare la sveglia e spesso riesco a farlo con semplicità, altre volte semplicemente la spengo e torno a dormire fino alla solita sveglia delle 7.30, dipende dai giorni e da mille fattori.
Lunedì mi sono alzata subito, con determinazione: ho trovato Arturo che ancora dormiva acciambellato dentro al bidet e poi ho acceso il pc. Ho lavorato tanto e bene lunedì: mi sono portata avanti nettamente per ciò che riguarda il “nuovo progetto dedicato ai più piccoli” di cui continuo a parlare ma che ancora non vede la luce. È anche per questo che sto provando ad alzarmi prima, per recuperare il tempo mal stimato dal principio. Quando da sola fai il lavoro che farebbe un’intera redazione in effetti non è così strano che succeda. E poi ci sono i clienti da gestire, le email a cui rispondere, i corrieri da prenotare e le agende ancora da spedire. Ci vorrebbero ore in più (che non esistono) o braccia in più (che non mi posso permettere) e perciò sveglia anticipata.
Lunedì ho lavorato tanto e benissimo, completando tutto ciò che avevo segnato nella to do list, staccando alle 19.30 dopo aver risposto alle ultime email, concedendomi un mini aperitivo “premio” al tavolo della cucina e concludendo la giornata con una passeggiata al tramonto, per far muovere un po’ questo fisico scricchiolante da freelance-perennemente-alla-scrivania.

Martedì mi sono svegliata alle 6 meno un quarto: Arturo era nel lavandino ma stavolta mi ha seguito subito in studio (ma solo per svignarsela sul terrazzo all’alba passando dalla porta finestra). La to do list della giornata prevedeva, tra le altre cose, portarmi avanti di almeno 6 pagine per il progetto. Ho lavorato bene, mi son portata avanti con le mille cose ma le 6 pagine in lista erano belle toste e troppe in effetti. Ne ho fatto 4 e mezzo ma va bene, le recupererò domani.

Mercoledì mi sono svegliata alle 6 meno un quarto e Arturo stavolta mi aspettava seduto sulla lavatrice. Lui esce sul terrazzo, io accendo il pc. Comincio a recuperare quanto lasciato in sospeso il giorno prima in anticipo di un’ora sulla tabella di marcia, ma poi trascorro un’ora a disegnare una mano. Mi soffermo su un dettaglio che probabilmente a progetto finito nessuno noterà, ma ci tengo a farlo bene, non voglio essere approssimativa. Riesco a completare la mano in mattinata, ma ormai il danno è fatto. Mi sono bloccata. Cambio pagina, provo a farne un’altra anziché una di quelle previste: non funziona. I disegni sono storti, non mi piacciono, non so più disegnare. E intanto la giornata passa ed è una in meno, e la fine di luglio si avvicina e questo è un progetto per l’estate che non posso portar fuori a settembre. Non era nei miei piani a inizio anno ma quasi niente dei miei piani per l’inizio dell’anno è andato come sarebbe dovuto, perciò si cambia in corsa, si fanno progetti non pianificati all’ultimo momento e si corre per recuperare il recuperabile. E intanto arriva sera e la to do list oggi non è completa nemmeno per metà.

Ma perché mi sono messa in testa di fare questa cosa, continuo a ripetere.

Poi mi ricordo il perché: mi ricordo che fino a novembre ho le rate dei contributi che vanno pagati, che c’è una bolletta da pagare e stamattina ce n’erano altre due nella cassetta, che quel preventivo della settimana scorsa non è stato accettato, che siamo in due a reggere in piedi la famiglia e a far quadrare i conti, che potrei fare altro ma sono testarda, che io non voglio essere “mantenuta” da altri ma voglio che sia io, un giorno, quella che “mantiene” gli altri, che non voglio avere un secondo lavoro per pagarmi le spese di questo, perché questo lavoro me lo sono scelta, e se da un lato va a gonfie vele e dall’altro imbarca acqua io però non lo lascio affogare.
[Benvenuti nella mia mente in questi ultimi mesi.]
Per non stare ferma alla scrivania a rimuginare vado in cucina e preparo un dolce. Preferisco accendere il forno nella giornata più calda dell’anno che stare a fissare il monitor senza riuscire a far nulla. Sforno la brownie, torno in studio, asciugo qualche lacrima, rispondo a due email, si è fatta sera, Ivan è tornato, è ora di cena, andiamo a dormire.

Giovedì la sveglia suona alle 6 meno un quarto ma la spengo e mi giro dall’altra parte. Alle 8 meno un quarto Ivan mi sveglia, poi lo accompagno in stazione, io vado alle poste a spedire i pacchi ancora in sospeso. Torno a casa e accendo il pc con la nausea. Non combino granché per l’intera mattina, il mio pranzo si brucia sui fornelli ed è immangiabile, per mezz’ora stacco il cervello con una diretta su Instagram improvvisata, poi per un’altra mezz’ora riprendo a lavorare discretamente e poi, di nuovo il nulla.
Questo è il racconto solo di quest’ultima settimana, ma potrebbe essere anche quello delle ultime 3-4 se non di più. E ieri sera ho detto basta. O meglio, me l’ha detto Ivan durante la mia ennesima brutta crisi.

“Domani ti prendi una giornata di ferie. Vai al lago, in piscina o dove vuoi, ma domani ti vuoi bene. Se tu non funzioni anche il tuo lavoro non funziona. E non c’è un’altra te che può sostituirti. Devi volerti bene se vuoi bene al tuo lavoro, se vuoi che vada bene”.

È sempre bella la realtà dei fatti quando è chi ti ama a sbattertela in faccia. E io lo sapevo che avevo bisogno di questo ma sapete com’è, quando quella vocina dietro la testa vi ripete “Stacca o impazzisci”, mentre il diavoletto sulla spalla, quello a forma di freelance multitasking sempre-al-top dal suo canto lancia le frustate a suon di “Produttività! Se non lavori non fatturi!”

È vero, se non lavoro non fatturo.

E le tasse restano da pagare, le bollette si accumulano e via dicendo.

Ma se la testa non risponde chi lavora per me? Nessuno.

E quindi basta.

Posso mettere in pausa il lavoro per un giorno, non sono un cardiochirurgo d’urgenza. Posso spedire i pacchi un giorno dopo, non vendo medicinali salvavita. Posso rispondere a un’email domattina, non sto gestendo una trattativa con ostaggi in corso. Posso mandare in stampa il libretto a cui sto lavorando anche con qualche giorno di ritardo, tanto luglio ormai sta finendo e i bambini sono in vacanza anche per tutto agosto, andrà bene lo stesso, non sto disinnescando una bomba a orologeria.

Ce la posso fare.
Oggi mi dedico a me.

 

Perché ho deciso di scrivere e pubblicare tutto questo, anziché tenere tutto in una pagina nascosta del mio diario segreto?

Perché c’è chi pensa che far questo lavoro significhi essere quotidianamente circondati da unicorni, polvere fatata e bacchette magiche scintillanti. Ma vedete, non è così. O meglio, a volte è così, molte altre no.

Ma come in qualsiasi lavoro. Ci sono i periodi in cui si ama il proprio lavoro, qualunque esso sia, si fanno progetti fighissimi, magari ci guadagniamo pure una promozione e va tutto a gonfie vele. E poi ci sono i periodi in cui il lavoro fa schifo, i colleghi sono stronzi, lo stipendio ti arriva in ritardo e vorresti mandare a cagare il capo, licenziarti e aprire un chiringuito su una spiaggia ai Caraibi. Solo che nel mio caso il capo che vorrei mandare a cagare sono io stessa, e non posso farlo, converrete con me. E quindi che si fa? Anziché odiarlo, quel capo, si prova a volergli un po’ più bene. Non per lecchineria, ma solo perché forse se il capo si comporta male è perché a sua volta ha i suoi problemi da risolvere. Dunque se io sono contemporaneamente capo e dipendente devo spezzare la catena e ricominciare da una delle due estremità.

Oggi ho voluto bene al capo, l’ho fatto riposare, stare a galla sotto il sole, fare le parole crociate su un lettino e mangiare un gelato e sushi per pranzo (in quest’ordine). Il meteo prevede diluvi universali per domani e domenica. Mi sono solo presa una giornata di weekend anticipato in fondo, ma l’ho fatto per me. Domani e domenica tornerò alla scrivania con la mente più fresca, dopo un giorno passato a non pensare a nulla. E terminerò questo progetto infinito che in parte c’entra pure con ciò che ho fatto oggi. Così poi saranno vacanze senza sensi di colpa, con mille pensieri ancora per la testa e ancora tanti conti da saldare, ma con un burnout evitato, che è la cosa principale se vuoi lavorare il più possibile tra gli unicorni (gonfiabili e non).

E sì, tra un bagno e l’altro ho pure buttato giù queste parole e può sembrare un controsenso, pensare al blog, a una foto per Instagram, in un giorno in cui vuoi staccare. E invece no, perchè è nato tutto spontaneamente, senza programmazioni o ansie da prestazione e lo condivido per questo. Perchè mi fa stare bene, in questa giornata in cui mi voglio (più) bene.

 

Abbiate cura di voi. Siete l’unico capo che manda avanti la vostra azienda, e il fallimento non è contemplato solo perché quell’azienda si chiama vita e non è retorica ricordare che ne abbiamo una sola “e vale la pena spenderla bene”, come mi ricorderebbe una cara amica.