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Da che ne ho memoria sono sempre stata una maniaca del perfezionismo. O meglio, del perfezionismo nel risultato. Ho voluto fare questa precisazione perchè in realtà, soprattutto sul lavoro, il mio metodo è definibile in mille modi ma sicuramente “perfezionista” non è la parola adatta. Faccio cose che probabilmente non dovrei fare nell’ordine inverso a come andrebbe fatto, al contrario insomma, ma tutta questa imperfezione nel tragitto è la mia costante per arrivare a un risultato finale il più perfetto possibile.

Molte volte consegno progetti che i clienti definiscono “Bellissimi” o “Super” che però non rispecchiano proprio l’idea di perfezione che ho in mente. Sono belli sì, sono fatti bene, però spesso mi rimane come un dubbio, come se ci fosse un piccolo minuscolo pezzo che manca per far sì che tutto sia perfetto.

Non perfetto in senso assoluto, perfetto per me.

Questo diventa spesso un problema quando chi mi contatta ha un budget limitato e di conseguenza dovrei adeguare la mole di lavoro in base a ciò. In realtà faccio sempre un po’ di più, a volte troppo di più, è un mio difetto, perché sicuramente ci perdo tempo o soldi, ma ne vado fiera.

Un lavoro deve ovviamente convincere e piacere ai clienti, ma la soddisfazione personale di consegnare un progetto completo di cui essere totalmente orgogliosi beh, fa tutto un’altro effetto.

È complicato stare al passo con sé stessi per raggiungere, o almeno tentare di avvicinarsi alla “perfezione” desiderata. C’è da migliorare sempre, ininterrottamente e in questo mi aiuta un sacco tornare indietro nel tempo, aprire vecchie cartelle colme di files realizzati due anni fa, o magari semplicemente lo scorso anno e notare le differenze che, spesso, sono abissali tra lo ieri e l’oggi.

Fare questo esercizio mi aiuta a mettere a fuoco tutte le “imperfezioni” che mi disturbano oggi e a vederle sotto un’altra ottica. Non sono imperfezioni: sto crescendo.

Ora aprirò con voi una di quelle cartelle impolverate in un vecchio (ma non troppo) hard disk.

Di seguito troverete due illustrazioni, una datata Ottobre 2015, una Ottobre 2016. Eccole:

Ottobre 2017

Ottobre 2016

Quando ho rivisto la prima immagine, qualche settimana fa, mi sono messa a ridere: quando l’ho disegnata non mi convinceva a pieno, ma per me era un bel disegno e si meritò la pubblicazione e i pure qualche like sui social. Wow!

Esattamente un anno dopo, senza nemmeno pensare al fatto che stessi riproponendo un soggetto già fatto, ho illustrato lei, la ragazza che balla sotto la pioggia di cui vi ho parlato sia su Facebook che su YouTube e di cui una ragazza ha pure vinto la stampa in un piccolo giveaway organizzato lo scorso autunno.

Confrontare due immagini così simili a livello di soggetto ma così enormemente diverse per tutto il resto mi ha decisamente spiazzato.

E non perchè la prima immagine fosse “brutta” o avesse qualcosa in meno rispetto alla seconda (c’è chi ha costruito un business milionario facendo illustrazioni del genere con forme semplici e geometriche, tinte piane e pochissimi dettagli). Sicuramente però a me non piace più e il mio primo pensiero infatti è stato “Ma davvero?”

Mi ha spiazzato il fatto che in un anno per me sia stato naturale disegnare in un modo nuovo, più articolato, più vicino a quel livello di perfezione che inseguo, più “mio”.

E mi sono chiesta “Ma nel frattempo cosa è successo?”

Drawing

Se in un solo anno è cambiato tantissimo il mio modo di rappresentare, se ho imparato a usare meglio i mezzi che ho a disposizione, in primo luogo le mie mani da cui parte sempre il tutto, che sia su carta o su tavoletta, cosa potrebbe accadere tra un altro anno o magari tra cinque, dieci, trenta?

Ora vi confesserò un’altra cosa: nemmeno la ragazza disegnata a ottobre mi piace più così tanto come appena fatta.

Ho iniziato a vederne i difetti, le cose che ora non farei così, forme che modificherei, pattern che renderei più ricchi e articolati.. e potrei continuare all’infinito.

Non so se il prossimo ottobre disegnerò una nuova ragazza con ombrello, la seconda non è nata come “sfida” alla prima quindi non vorrei diventasse solo un puro esercizio di “devo fare per forza qualcosa di meglio, è passato del tempo, sarò di sicuro migliorata”.

E magari poi verrebbe fuori una schifezza e mi arrabbierei e tutto sarebbe stato controproducente.

Esagerazioni a parte, penso che questo genere di frustrazione sia così comune tra gli artisti, illustratori, creatori: la continua ricerca di “perfezione” soprattutto ai nostri occhi prima di quelli altrui. Ma è anche il motore che spinge la volontà di migliorare, di crescere, sperimentare, sbagliare e riprovare. Cercare una perfezione che ancora non c’è (e forse non ci sarà mai) ma che è costantemente in germe.

Ultimamente ho sofferto tantissimo di complessi di inferiorità: guardavo il lavoro di altri che fanno questo da più anni di me pensando “Non ci arriverò mai”. Guardavo solo la punta dell’iceberg, la perfezione apparente di un lavoro che porta sicuramente con sé un fondo di frustrazione, dubbi, ricerche, voglia di fare di più, di fare meglio.

Rivedere queste due immagini a confronto mi ha aiutato tanto a uscirne, a riprendere coscienza dei miei mezzi, a imparare a non farmi bastare nulla.

Non accontentarsi mai è la chiave della crescita, e son felice di aver attraversato questa fase e di aver trovato questa nuova consapevolezza.

Prova, migliorati, continua, migliora ancora.

La perfezione esiste e sta nel percorso.

La regola del cielo è la perfezione. La regola dell'uomo è la ricerca della perfezione (Goethe)