Privacy Policy
Seleziona una pagina

Stamattina è successa una cosa un po’ spiacevole. È il 28 di aprile, ultimo giorno lavorativo di un mese che attendevo con impazienza e che si è rivelato ricco di intoppi, preoccupazioni e bruciori di stomaco e povero, poverissimo di ore di sonno. Non avevo mai consumato così tanti caffè e correttori antiocchiaie (Nespresso e Sephora ringraziano) come in questi ultimi giorni, così come non mi sono mai sentita così in corsa contro il tempo, contro me stessa in certi istanti, e a volte “contro” certi clienti, che forse sono amici del gastroenterologo e stanno facendo di tutto per fargli procurare un appuntamento in più. E ci son riusciti alla grande.

Ma tra tutte le cose accadute ad Aprile, stamattina si è raggiunto l’apice. O il fondo, sì forse il fondo è più giusto.

Vengo da un mese segnato da novità lavorative importantissime per me, una crescita non indifferente, migliaia di idee alla rinfusa a cui dare un senso, prima che vita. Tutte cose bellissime, ma io Aprile l’ho vissuto male proprio per questo.

I cambiamenti li puoi vivere solo in due modi: accoglierli, accettarli subito come parte integrante di quel futuro che si costruisce solo nel presente, oppure sbatterci contro senza cinture di sicurezza e riempirti di lividi (nell’ipotesi migliore).

Io inizialmente, con la mia assoluta certezza che “Tutto accade per una ragione, se succede qualcosa è perché è giusto per te in quel momento e non ci sono prove che ti vengano affidate senza che tu sia in grado di portarne il peso”, ero partita con la prima opzione. Per poi schiantarmi, sfracellarmi su un muro che non pensavo fosse così alto. E mi rendo conto che definire in questo modo dei cambiamenti belli e importanti può sembrare esagerato e ingrato ma credetemi, è proprio così che mi sono sentita.

Ed è anche per questo che ad Aprile sono sparita un po’ da tutti i fronti, comparendo su Facebook e Instagram di tanto in tanto, con qualche post “in calendario”, ma neanche tanto, visto che per due settimane di fila ho saltato l’appuntamento del #GiraffeMonday, che può sembrare qualcosa di poca importanza, ma per me non lo è affatto (scusa Giselle, torno presto).

Da un lato volevo pubblicare come mio solito, per tenermi caro il famoso algoritmo per cui “meno post=meno visibilità=meno potenziale lavoro”, ma una volta aperto l’archivio in cerca di foto e caption adatte, qualcosa dentro me si bloccava.

La mia vocina interiore mi chiedeva “Ma sei sicura? È proprio questo quello che vuoi dire in questo momento della tua vita? Saresti sincera a far così?” E la risposta era sempre “No”.

Il bruciore di stomaco è raddoppiato perció, perché oltre alle paranoie per alcuni lavori sono arrivate altre paranoie, ma di quelle esistenziali tipo:

Chi sono? Quanto dice di me ciò che ho fatto finora? È questa la strada giusta? Sono davvero questi i servizi che vuoi offrire e a cui vuoi dedicare il tuo tempo? Sto davvero lasciando la mia piccola impronta in questo modo?.

Praticamente nell’uovo di Pasqua ho trovato una serie di pipponi non indifferenti, ma penso che alcuni di voi – specialmente freelance o chi cerca giorno per giorno di costruire sé stesso insieme al proprio piccolo o grande brand – mi capiranno alla grande.

Non ci è voluto tanto a capire quale fosse la soluzione per questo problema, bastava una parola: Rebranding. Una parola, eh sì!

(Me vs Rebranding 😅 )

Il primo passo per avviare questo ulteriore cambiamento, o meglio chiarimento, su me stessa, il mio piccolo biz e i miei obiettivi a breve e lungo termine era dare una risposta alle varie domande che risuonavano nella mia testa. Non è stato affatto semplice e immediato.

Un processo di Rebranding coinvolge ogni aspetto di una realtà, non solo quello visivo, che è solo la punta di un iceberg decisamente più grande. Non si tratta solo di ridisegnare un logo, si tratta di trovare la propria identità. Vi sembra poco?

Ma in tutto ciò cosa è successo stamattina? Una cosa spiacevole dicevo, anche se non è questo che vi voglio raccontare, ma proprio grazie a questo evento poco simpatico ho finalmente trovato la chiave giusta per il rebranding di “LaughLau”, ho trovato la soluzione che cercavo, il pezzo del puzzle mancante tra i vari che pian piano, ad Aprile, ho messo insieme.

Mi son sentita come Wall-E quando trova il germoglio verde in mezzo alle montagne di rifiuti.

E sebbene i problemi non siano passati e il bruciore di stomaco e le occhiaie siano ancora là, ora intravedo davvero lo spiraglio di luce giusta.

Ora so chi è LaughLau, cosa vuole offrire e come vuole farlo.

E nuovamente so che “Tutto accade per una ragione, se succede qualcosa è perché è giusto per te in quel momento e non ci sono prove che ti vengano affidate senza che tu sia in grado di portarne il peso”.

Ogni intoppo di questo mese serviva proprio a portarmi fin qui, ogni preoccupazione ha messo un mattoncino nella nuova me, che è sempre la stessa ma con qualcosa in più. E sono grata per ogni “livido” che porto con me.

Quel “germoglio” trovato stamattina ora è al sicuro dentro al suo scarpone.

Il lavoro è partito, ci vorrà del tempo, ma so dove voglio arrivare. Aspettatevi novità, grosse novità!

Grazie perché ci siete in tutto questo, e non è scontato.

LaughLau

Pianta