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La mia migliore amica mi conosce bene e per il mio compleanno mi ha fatto un regalo andando a colpo sicuro: i biglietti per la mostra “Manet e la Parigi moderna (a Palazzo Reale, Milano, aperta fino al 2 Luglio). Domenica scorsa dunque ho riscosso il mio regalo, concedendomi un pomeriggio tra Arte e bellezza, al fresco delle sale mentre Milano là fuori soffocava dal caldo. Contrariamente alle aspettative iniziali in cui mi vedevo sola soletta a contemplare oli su tela pennellata dopo pennellata (cosa che non mi sarebbe dispiaciuta affatto visto che adoro andare in giro da sola, che sia per la strada o ancor di più al museo), ho invece condiviso il mio pomeriggio culturale con il mio “Lui”. Lui che non ha mai studiato storia dell’Arte e ammette candidamente di non capirci nulla.

Io, al contrario, ho sempre avuto un grande amore per la storia dell’Arte, anche grazie alla prof delle superiori che ha saputo trasmettermi la sua passione. Manet, Monet e tutto il filone degli Impressionisti furono, ai tempi, un vero colpo di fulmine (tant’è che con loro guadagnai il mio primo e unico 10 in Arte, in quinta liceo). Non potevo quindi ricevere un regalo più azzeccato e il fatto di condividerlo – inaspettatamente – con lui è stato un ulteriore valore aggiunto: non vedevo l’ora di rivivere quanto studiato allora e allo stesso tempo dar sfogo al mio istinto da guida turistica per spiegargli cosa si celi dietro pennellate e campiture di colore.

Non sono qui però per parlare della mostra, che di per sé è stata molto interessante e non si concentra esclusivamente su Manet ma ospita anche tele di Monet (infinito amore), Degas con le sue ballerine, Gaugin e tanti altri artisti di fine ‘800 (anche meno noti degli appena citati) che hanno lasciato il segno contribuendo al cambiamento di Parigi verso la modernità (tema centrale dell’esposizione).

Manet

Voglio parlarvi di quanto accaduto al termine della visita e dei pensieri scaturiti di conseguenza. Se conoscete la storia di Manet e di quelli che divennero poi gli Impressionisti, cose come il Salon, il Salon des Refusés, il 15 aprile 1874 e lo studio di Nadar non vi suoneranno nuove, sapete come andò il tutto e che cosa accadde dopo. Se invece non avete alcuna idea di cosa abbia appena scritto vi consiglio di aprire questo link e rimediare. (Ma poi tornate qui, mi raccomando!)

Arrivati dunque all’ultima sala, dopo aver assorbito ogni parola dell’audioguida e tutti i miei “Nota quel dettaglio in alto a destra” uniti ad aneddoti vari ed eventuali, lui – stupito – mi ha fatto una domanda, semplice ma profonda:

Ma quindi Manet ha costantemente vissuto col rifiuto della critica verso le sue opere? Non ha mai avuto riconoscimenti verso la sua arte? Ha passato la vita a dipingere venendo respinto e senza nemmeno immaginare la fama e l’importanza che avrebbe avuto un secolo dopo la sua morte?

Eh sì, bella domanda, e a quanto pare è andata proprio così.

E sebbene tutto questo lasci con sé una patina di tristezza, allo stesso modo mi ha fatto capire molto chiaramente la grandezza di Manet e quanto lui possa insegnare, oggi, a me o a chiunque stia provando a tracciare la propria strada mettendo a frutto un proprio talento.

Manet ha vissuto così: ha investito il suo talento, si è innamorato della pittura, si è confrontato con i grandi, quelli già “arrivati” (quelli che oggi avrebbero 50k o più su Instagram). Ha studiato le loro opere e partendo da qualcosa di molto simile all’imitazione ha fatto crescere e ha sviluppato quello che sarebbe diventato poi il suo stile, il suo marchio inconfondibile (e chissà se anche allora i “tizi da 50k” facevano post, o meglio, quadri-frecciatine contro i presunti plagiatori, ma questa è un’altra storia). Manet è andato dritto per la sua strada, ha continuato a crederci nonostante le porte in faccia, i continui no, le costanti derisioni, nonostante i “Non sei bravo abbastanza per stare in mezzo a noi” (Hai solo 100 followers, cosa vuoi?). Manet non ha smesso di dipingere, nemmeno dopo che la mostra organizzata insieme agli amici Impressionisti ha fallito. Manet non ha mai smesso di fare ciò che amava. Il successo è arrivato dopo, molto dopo, e lui nemmeno l’ha saputo.

E io mi son chiesta: ma non avrà mai avuto dubbi su quanto stava facendo? A vedere – oggi – la sua produzione e quanto ha realizzato verrebbe da pensare che no, lui dubbi non ne avesse e abbia proceduto dritto, filato coi paraocchi, nel dipingere capolavori su capolavori. Sicuramente, invece, di dubbi ne ha avuti, e tanti! Chi è che continuerebbe a cuor leggero trovandosi nella stessa situazione? Eppure, magari col cuore sempre più pesante e gonfio di incertezze, ha continuato per la sua strada, col suo talento. Mi sono romanticamente risposta che i dubbi e le critiche sono state il carburante per la sua arte. Non so se sia andata veramente così ma io voglio crederci.

Manet

Voglio crederci perchè io ho sempre avuto il pallino di mostrarmi al mondo come una molto sicura di me, nonostante tutto. E se fosse questo il messaggio che passa, allora potrei considerarmi una brava attrice, ma so per certo che non è così e oltre la facciata i dubbi crescono, si moltiplicano e a volte son talmente tanti da paralizzarmi. È successo troppo spesso nell’ultimo mese. Al contrario di Manet, io di critiche così tanto dure non ne ho ricevuto, o meglio sì, ma provenienti quasi sempre e solo dalla stessa persona: me stessa. Ed è proprio questo il punto della mia riflessione ed il senso che ha fatto scaturire questo post.

Io so che ho ancora tanto da fare, da imparare, da sbagliare, da sperimentare, da fallire, da ritentare, ad libitum. E so anche che non sarò mai Manet, perchè non è questo ciò che voglio.

So però che per ogni critica dura che infliggo a me stessa sotterro quel talento che invece dovrei investire e far fruttare. Tante volte sotto alcuni disegni o lavori che condivido perdo il conto dei messaggi di apprezzamento che ricevo, a cui però non do il giusto peso perchè mi soffermo troppo sui difetti che vedo. E se invece ricevendo critiche anziché complimenti facessi lavori migliori? Mi sono chiesta anche questo. Forse è andata meglio a Manet, mi son detta.

Poi, scavando tra le critiche che sono solita autoinfliggermi, sono risalita a ciò che ha fatto scaturire il mio malessere dell’ultimo periodo e anche a ciò che l’ha lentamente spazzato via.

Mi è andata proprio come a Manet. Certo in scala nettamente inferiore, ma la mia batosta l’ho ricevuta, dritta in faccia. E stavolta non proveniva da me, ma da clienti che – giustamente – mi hanno messo davanti al mio errore lampante, a un palese fallimento nei loro e ancor di più nei miei confronti, a uno sbaglio che ho pagato caro soprattutto in termini di incubi, gastriti e dubbi, troppi dubbi. Dubbi su quanto fatto finora, dubbi su quanto ne valga la pena e dubbi su cosa continuare a fare con quel talento che, questa volta, aveva portato un frutto marcio.

Mi è andata come a Manet, ma poi è successo dell’altro. Proprio come Manet, ho ripreso ciò che avevo lasciato indietro, mi sono rimboccata le maniche e seppur con molta lentezza ho ricominciato, meglio, ascoltando quel talento strapazzato che chiedeva altro, chiedeva di più.

I can and I will

Ho ripreso in mano la matita, ho disegnato quello che chiedeva il mio cuore, ho ritrovato me stessa.

Mi è andata come a Manet, e sto continuando a fare ciò che amo, con più cura, più attenzione e meno fretta. E finalmente ho una nuova consapevolezza. Magari non mi ammetteranno al mio “Salon” e se non sarà quest’anno continuerò a provare in quelli successivi, magari riceverò altre batoste dritte in faccia (anche se spero di no!) che mi faranno nuovamente correggere il tiro, magari continuerò a ricercare la perfezione scorgendo tra i difetti e mi chiederò “chi me l’ha fatto fare”. Però continuerò, nonostante tutto.

Farò come Manet, puntando in alto senza smettere di farlo quando persone e circostanze mi faranno perdere quota. Farò come Manet, nel far tesoro delle critiche e trarne motivi di crescita. Farò come Manet, farò ciò che amo, perché è questa la strada, questo è il talento da far fruttare.

I riconoscimenti, se sarà il caso, arriveranno. Se non sarà così, ciò non vorrà dire che il mio o il tuo lavoro valgano meno di quello degli altri. Se alla base di tutto c’è quel talento, quell’amore, quella dedizione, allora non saranno 50k o 100 followers a decretare il mio o il tuo valore.

Manet è morto convinto che le sue opere non avrebbero riscosso successo, eppure.

Ama ciò che fai, ama i dispiaceri che ti provoca, ama la fatica che ti costa, ama ogni lacrima che ti fa versare e ogni sorriso che, presto o tardi, ti regalerà. Chi conosce quell’amore, lo riconoscerà.

È successo a Manet, può succedere anche a noi!

Vi abbraccio,

LaughLau

“La volontà di riuscire, perseverando e riprovando, è una delle rare doti di chi stabilisce la sua unicità” (Richard Romagnoli)